Il Duomo di Siracusa sorge nel cuore di Ortigia, centro storico della città. Un edificio dal fascino singolare per la sua complessa stratificazione data dalla sovrapposizione, giustapposizione e sostituzione degli elementi architettonici che lo compongono e che raccontano la storia del sito che lo ospita.

Non si può prescindere dal parlare delle diverse fasi di trasformazione subite per avere una lettura completa dell’attuale organismo architettonico.

L’edificio prima di diventare una basilica cristiana era già destinato al culto, trattandosi di un tempio. Si presume che la sua data di costruzione risalga al 480 a. C., anno della battaglia di Salamina, e che fosse il tiranno Gelone, in seguito alla vittoria dei greci sui cartaginesi, a Imera, a voler costruire un tempio dorico sui resti di un altro tempio, di età più arcaica ma sempre in stile dorico.
La scelta della posizione fu strategica: venne eretto nella parte più elevata dell’isola in modo tale che fosse visibile a tutti i naviganti e il gigantesco scudo di Athena, posizionato sul frontone, rafforzava la sua visibilità a distanza. Prima della risacralizzazione, secondo Paolo Orsi, l’edificio per un periodo rimase abbandonato.

La conversione dell’Athenaion in basilica cristiana avvenne tra il IV e il VI secolo d. C.
Setti murari vennero eretti per chiudere gli intercolumni del colonnato che circondava la cella del tempio. La cinta muraria venne forata da strette finestre strombate. Vennero demolite le colonne sul lato del pronao e il muro che consentiva l’accesso al naòs. Sul lato opposto, quello dell’epistòdomo, venne demolito il muro della cella e un paramento murario inglobò le due colonne, qui fu ricavato l’ingresso alla chiesa. Venne invertito anche il senso di accesso all’edificio, il rito pagano prevedeva l’accesso da levante mentre quello bizantino da ponente. Pilastri quadrati sorreggono otto archi a tutto sesto da ogni lato della cella delineando la struttura della basilica cristiana a tre navate.
Nel 1517 Leone X concedette una speciale indulgenza a chi si fosse adoperato ai ripari necessari nella chiesa che probabilmente versava in parziale stato di rovina. All’anno successivo risale la costruzione del soffitto ligneo della navata. Tra il 1529 e il 1531, per volontà del vescovo Ludovico Platamone, si edificò il corpo della sagrestia.
Il terremoto del 1542 provocò un crollo al campanile, con la conseguente ricostruzione della facciata, e un dissesto. Questo interessò le fondamenta del tempio e portò alla realizzazione di un muro di contenimento che doveva fungere da contrafforte. Questa operazione, eseguita sia all’interno che all’esterno, causò la copertura di alcune colonne, lasciando a vista solo i capitelli e una parte dei collarini.

Dopo il 1640 l’interno subì ulteriori trasformazioni. Vennero demolite tre colonne del tempio e l’abside maggiore per l’ampliamento della tribuna, e ancora altre colonne e l’abside meridionale per edificare la Cappella del Crocifisso, e vennero realizzati dei varchi tra gli intercolumni per accedere alla Cappella del Sacramento.
Ma fu il terremoto del 1693 a portare una svolta alla definizione del prospetto. Il crollo della facciata-torre del primitivo impianto fu determinante per stabilire una nuova forma, si decise che l’opera non doveva più imporsi per la sua altezza per la modernità delle sue forme.
Il vescovo Tommaso Marini ricorse alla formula del concorso (1728) di cui però non si conoscono né i partecipanti né il vincitore. La paternità del progetto infatti non è ancora del tutto chiara.
Dopo la morte del vescovo la facciata rimase interrotta all’altezza del cornicione del primo ordine, e fu portata a termine tra il 1748-1753. La nuova facciata riveste grande importanza per il Settecento siciliano. L’accentuazione volumetrica, la soluzione del portico, la finestra centrale del secondo ordine che accoglie la statua di Santa Lucia, sono tutte soluzioni che richiamano i modelli del barocco romano ma che allo stesso tempo si sposano con la tradizione locale.
Antichità e modernità, un connubio da sempre ricercato, uno stimolo che i maestri attivi in questa fabbrica devono aver colto. Il visitatore passa dalla dinamicità delle forme barocche della facciata alla buia navata, dominato dalle colonne fuori scala del tempio greco. Gli intercolumini lasciano
intravedere gli spazi decorati e colorati delle cappelle dove ancora una volta prevarica il linguaggio barocco.

Arch. Loredana Benfatto

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Photo credit: Giuseppe Motta